“IL CASO LIGGIO” Atti, Fatti e Misfatti

ANATOMIA DELLA CATTURA DI UN BOSS: LUCIANO LEGGIO (DETTO LIGGIO)

Erano le 21 e 45 del 14 maggio 1964.

Una pallida luna spruzzava d’argento ogni cosa. Vi era un buio vitreo, lucido, impermeabile ai suoni.

Aperta la porta apparvero due donne anziane, tutte di nero vestite, del nero doloroso proprio delle donne in lutto, qui in Sicilia. Si fecero in disparte per cedere il passo all’impeto degli uomini che entravano.

Nella stanza superiore, tutto buio. Alla luce delle torce elettriche, apparve un letto, con un uomo disteso.

L’uomo destato dal rumore, dalle luci, rimase ipnotizzato dalle armi spianate che lo attorniavano. Le sue mani si contrassero stringendo il lenzuolo. Vi fu una frazione di secondo in cui preda e cacciatori si guardarono negli occhi, sopraffatti dall’emozione.

Poi l’uomo ebbe un guizzo negli occhi, riprese il controllo di sé e disse:

“Si, sono io, sono io l’uomo che cercate”.

Lo disse con dignità calma e dosata. La dignità del Capo, del bandito di razza. Era Luciano Leggio.

Il suo viso era molto mutato dall’immagine giovanile della fotografia in possesso delle forze di polizia.

Quell’immagine che gli aveva guadagnato l’appellativo di “faccia d’angelo”. Era ingrassato, la struttura ossea si era allargata, anche in conseguenza del suo male, i tratti del volto appesantiti.

Soltanto negli occhi era rimasto quello stupore gelido e distante che denota fisiologicamente la crudeltà.

Due occhi di taglio allungato e orizzontale, di una fissità impenetrabile.

Ebbe un malinconico sguardo al suo micidiale revolver giacente nel cassetto del comodino, una Smith & Wesson cal. 38, nuovissima, nel mentre il Col. Milillo se ne impossessava sequestrandogliela e mormorò qualcosa a denti stretti: era l’accettazione della sua resa al Col. Milillo al quale volle riconoscere il merito di avergli fatto una caccia assillante e tenace, ma condotta sempre con lealtà ed onore e nell’assoluta osservanza della legge, così come è nel costume dell’Arma dei Carabinieri.

Poi si vestì, sotto lo sguardo delle armi puntate e a tratti sorrideva, con la forza di spirito del genio del crimine.

In fondo, il valore del cacciatore onora la vittima nella cattura.

Più tardi, mentre veniva tradotto su di una autoambulanza nella sede del Gruppo Esterno in Palermo, le massime autorità erano venute a complimentarsi per l’esito brillante conseguito e plotoni di giornalisti, fotografi, cineoperatori anche esteri, stavano infliggendogli domande e lampi di “flash”, il Ten. Col. Milillo, mostrando il revolver della “Primula Rossa”, sorrise ancora. Un sorriso stanco, con occhi ombrati dal sonno perduto.

 

 

 

Quadro olio su tela del quadro-copertina “il fantasma di Corleone” del noto pittore Giuseppe Vaccaro
Il Sindaco di Agropoli Dr. A. Coppola (dx) e l’Assessore alla Cultura Dr. F. Crispino (sx) inaugurano la manifestazione di “Settembre Culturale al Castello” con la presentazione del mio libro “Il Caso Liggio” . Ha moderato il giornalista scrittore G. D’Amico